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Come siamo caduti in alto

September 11, 2018

Serviva proprio una caduta per finire così in alto.

Innanzitutto mi presento, sono fra Stefano e in questo momento sono rimasto l’unico frate del Convento della SS. Annunciata. Sono l’ultimo frate ma non per questo parlerò al singolare, infatti c’è qui una comunità composta da molti amici che mi hanno accolto e con cui stiamo continuando la nostra esperienza umana e religiosa.

Pochi giorni fa una signora mai vista prima è passata di qui e, venuta a sapere che il convento non è più custodito dai frati, ha esclamato “che peccato!”. “He sì, è proprio un peccato!” ripetono in molti, lo dicono sia gli sconosciuti quanto le persone che da tanto tempo frequentano questi luoghi. È un peccato che un luogo così bello, in cui abbiamo svolto molte attività spirituali e culturali, non sia più a nostra disposizione come prima. Ma in fondo non possiamo farcene una colpa, è la conseguenza della fine di un’epoca, l’esito inevitabile di una società che si sta trasformando, che sta perdendo i propri valori cristiani, in cui le vocazioni religiose sono quasi scomparse. Se non fossimo stati forzati dalle circostanze avremmo continuato come prima per altri 5, 10 o forse anche 15 anni. Se avessimo avuto ancora un po’ di forze per continuare non saremmo mai arrivati a questo punto. Che peccato, come siamo caduti in basso. Alcune persone poi, mosse dal dispiacere per quanto sta accadendo, vanno a caccia dei responsabili di questo sfacelo.

“In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.” (Gv 12,24) A mio parere quello che vediamo con i nostri occhi non è il fallimento di un progetto religioso, non è nemmeno la chiusura di un convento, ma è un’epoca che sta chiudendo, un modo di essere cristiani che sta finendo, uno stile di vita religiosa che è agli sgoccioli. Si chiude un tempo e se ne apre un altro, e tutti possiamo essere protagonisti del presente. Mentre una generazione pensa che sia una sconfitta che i frati debbano ritirarsi in una casa normale, già qualcuno comincia ad accorgersi che probabilmente è la cosa migliore. È un bene che i frati vivano in una piccola casa! Lo stile di vita che avremmo dovuto scegliere liberamente ora è la storia ad imporcelo. Nella nuova casa dei frati non saremo in grado di organizzare conferenze per centinaia di persone, ma questo non significa che sarà più difficile vivere il Vangelo. Chi desidera venire per pregare avrà sempre la possibilità di farlo, chi vuole dialogare potrà farlo, chi desidera approfondire la conoscenza della Parola di Dio è il benvenuto e anche chi ama la meditazione. Cercheremo di favorire anche le iniziative degli amici che frequentano questi luoghi, mentre coltiviamo la speranza che giunga un altro frate che arricchisca la comunità con i suoi talenti.

Rispetto la nostalgia di chi vede il tramonto di una stagione che ha dato buoni frutti, ma voglio incoraggiare tutti affinché la nostalgia del passato non offuschi la bellezza del presente.

Non è un peccato che i tempi stiano cambiando, il peccato è piuttosto non vivere il proprio tempo; è un peccato rifugiarsi nel passato e non vivere il presente, perché anche questo è un tempo di grazia.

 

 

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